24 aprile 2007

Gli arrivederci non sono mai stati il mio forte

Sette anni. Sono passati sette anni da quando, cartina in mano, sono approdata a Trieste. Giravo tra le vie della città alla ricerca di un appartamento rigirando tra le mani un foglio pieno di nomi strani: Stuparich, Ortis, Tigor… Mi chiedevo che strana toponomastica avesse questo posto, che ancora non sapevo avrei sentito come casa mia.

Adesso è il momento degli arrivederci e io non sono mai stata brava a salutare. Non so cosa dire al sentiero Rilke che non ho mai percorso. Ho paura di
incrociare lo sguardo con la mia finestra preferita, che se non alzi la testa mentre stai camminando non vedi nemmeno. E cosa dire alle corse lungomare?
Ci sono delle immagini che ti rimangono negli occhi e non riesci a scrollartele di dosso neanche se ci provi.

Ma non è solo questo. C’è che, anche se i tuoi amici sono finiti in Portogallo, a Londra, a Urbino o di nuovo a casa loro, qui rimane sempre lo spirito di tutte le notti brave, del kebab migliore del mondo, del polletto mangiato con le mani, delle serate a spritz che finivano in Mojito, del sole sugli scogli e dei bagni a Barcola, dei lunghissimi discorsi al buio di notte, delle camminate random per le vie della città, del gelato di Zampolli che ogni anno diventa sempre più caro ma è il migliore in assoluto.

E poi chi si dimentica i weekend sui libri, le studiate prima degli esami, i mesi pre-laurea, ché alcune mattine ti svegli ancora con il cuore in gola e il pensiero di dover finire quel maledetto capitolo?
E tutte le persone solo viste, quelle incrociate per un semplice saluto, i pazzi per la città e sugli autobus che parlano da soli e leccano i vetri. Gli appartamenti che ho cambiato, le coinquiline fenomenali che ho avuto, le persone che hanno avuto la pazienza di conoscermi e di diventare mie amiche e che, anche in capo al mondo, troverò sempre il tempo e la voglia di sentire.


Però, adesso è l’inizio degli arrivederci. Comincio aprendo le valigie e mettendoci dentro le ultime cose. Finirò aprendo il cuore per farci stare più ricordi possibile.

15 marzo 2007

Meglio tardi che mai

Rispondo con calma
(forse un po’ troppa)
all’invito di Leetah…
È che ho bandito le conversazioni intellettuali per qualche tempo dal mio vocabolario.. soprattutto da quando ho scoperto che ne tengo anche quando sono ubriaca! Che dire? Urge periodo di disintossicazione!

La prima frase che in una conversazione intellettuale sono riuscita a evitare, non senza un certo sforzo,
(dunque mordendomi la lingua e ancorandomi alla sedia per non alzarmi in piedi con l’indice puntato)
è stata: “Ma come correlatrice, lei non dovrebbe aiutarmi?”

La seconda frase, musicalmente parlando, mi farebbe scendere nel girone dell’inferno più profondo (soprattutto visti gli ultimi sviluppi): “Oh, i Take That! A 14-15 anni erano i miei preferiti. Ho pure imparato i loro balletti e mi hanno fruttato un 9 in educazione fisica per un esercizio di ballo con voto”.

Terza frase, che mi gemella con Bridget : “Qualcuno sa dirmi dove si trova il bagno?”. Se vedete un solco che conduce al bagno, ebbene, l’ho scavato io.

Quarta frase: “…”.Lo so non è una frase, ma anche il non verbale parla. Quindi, testa che annuisce, sguardo vacuo, faccia da screen saver. Per la serie “Ma chi è il tizio di cui stai parlando? Mi puoi fare lo spelling?”.

E per finire, ultima frase: “è stato un piacere, ma ora devo proprio andare. Ci si vede un’altra volta”.

Funziona, fino a quando qualcuno ti risponde: “Seh, la prossima volta. Lo sai benissimo anche tu che non ci sarà”. Allora cominci a non usarla più.

Rilancio a planetzero (quando avrà tempo), a kla (vale quanto detto per planet) e a rafaeli che, anche se non conosco, immagino qualche conversazione intellettuale la tenga (complimenti per il blog :).

06 febbraio 2007

Non c’è storia, il mio non verbale continua a parlare…

È quasi come una maledizione. Qualsiasi pensiero mi passi per la testa si riflette sulla faccia. È un po’ la storia della lucertola che passa sulla fronte, quella che racconti ai bambini quando dicono una bugia

“ecco, vedi cosa succede se menti? ti è appena passata una lucertola sulla fronte”

e il bambino che si tocca (la fronte). Oddio, se dovessi convivere con una lucertola nei capelli che mi passa davanti agli occhi senza che me ne accorga, mi toccherei pur’io, per scaramanzia.

Comunque, dicevo. C’ho la faccia che parla. E non solo quando apro bocca.
Una delle mie prof. all’Università mi diceva che mi “televisionavo”. Cioè, assumevo una certa espressione ogni volta che mi passava per la testa qualcosa. E così, ogni due minuti di conversazione mi chiedeva “A cosa stai pensando?”. Mi diceva che facevo sentire stupide le persone che avevo davanti. Che la mia faccia prendeva un’espressione tale che chi mi parlava si chiedeva cosa avesse detto di sbagliato. In realtà io pensavo solamente ai cavoli miei. Non che non ascoltassi, ma prendevo quello che mi veniva detto e ci costruivo il mio castello di pensieri.

In appartamento, il ragazzo di una mia amica si divertiva a guardarci parlare perché, oltre a gesticolare da brave italiane, avevamo una mimica facciale invidiabile. “Ma quante facce sapete fare, voi!” ci diceva con il suo accento tedesco. Per lui era come essere al teatro. Dell’assurdo.

Ok, il mio non verbale parla. E devo dire che mi risparmia pure un sacco di fatica, quando devo far capire che non è aria. Ma ha pure i suoi effetti collaterali.
Passi, quando qualcuno ti tira una pezza perché il tuo sopracciglio si è alzato di mezzo centimetro mentre ti diceva quella determinata cosa.
Passi anche, (ma non troppo), che la gente che mi interessa e che mi sta più simpatica all’inizio creda di starmi in quel posto.
Ma che l’unica serata in cui esco, dopo settimane di reclusione da tesi, il cameriere mi chieda “Perché mi hai guardato con quella faccia?”, porgendomi il terzo spritz, ecco, no. Questo non lo accetto.

14 novembre 2006

Acronimi in viaggio

FS: chi ha inventato l’acronimo ha capito tutto.

Sta per “Fottiti Stronzo”, e io ne ho le prove.

Stamattina esco di casa prestino per andare in stazione. Riuscire ad acchiappare in offerta gli ultimi biglietti per Vienna sta diventando un’impresa non da poco. Andare a Vienna è un problema. Tornare anche. Ma com’è possibile che stiate lavorando per noi? Al massimo per la colomba, che uno spazio sopra il tettuccio del vagone forse lo trova a fine dicembre.
Ma fosse solo per questo, potrei lasciar passare: è già tardino per prenotare…

Non è solo il posto che ti ride in faccia dicendoti “sei arrivato troppo tardi e quasi quasi ti faccio pagare il biglietto intero”. C’è anche chi, dietro gli sportelli non ha voglia di pigiare sui tasti per controllare la disponibilità. E così dall’omino semicalvo e panciuto dietro il vetro ieri mi sono sentita dire che

“Non ci sono biglietti in offerta per Vienna, solo a prezzo intero”.
Fottiti Stronzo, hai toppato.
E quando gli ho chiesto se per il ritorno c’era qualcosa, questo mi ha risposto non guardando nemmeno nel computer
“no, quei treni sono già tutti prenotati. Tariffa piena anche per il ritorno, se trovate posto”. Fottiti Stronzo, hai toppato per la seconda volta.

Ma questo accadeva ieri mattina. Oggi lo scenario è stato più variegato.

Ah, santa umanità che lavori per i treni. Pregate tutti per lei, vah! Ne ha davvero bisogno!

Dunque, arrivo allo sportello informazioni per evitare di formare code chilometriche dove fanno i biglietti. E chi mi trovo di fronte? Una che di nerd ha solo gli occhiali spessi come il fondo di una bottiglia. Ma dico, hai davanti un pc con il collegamento al sito di Trenitalia e non sai nemmeno come si naviga? E mettono proprio te a cercare di risolvere i problemi dei clienti con le coincidenze? Te, che la rete ferroviaria la conosci come quella virtuale?

Non ci siamo proprio! Insomma, 20 minuti di clic guidati (dalla sottoscritta) e di pagine (scadute perché la tipa sbagliava a cliccare) dopo, mi ritrovo a sapere esattamente quanto prima.
In saccoccia però ho raccattato mezzo kg di rabbia montata in cambio di mezzo kg di pazienza informatica.

Mi metto diligentemente in coda agli sportelli per fare i biglietti dove la forza divina mi incanala verso una donna capace. Grazie, grazie, grazie. E come Ceccherini posso scrivere “Dio è stato qui”. In stazione, intendo.
Mi prenota i biglietti per il ritorno con tariffa Smart Price. E io ripenso all’omino semicalvo e panciuto… “Fottiti Stronzo”. Ma per l’andata sembra non esserci via di fuga: biglietto intero. A meno che… A meno che, che cosa? Parla, parla, pendo dalle tue labbra.

“A meno che non ti faccia la Cartaviaggio, completamente gratuita e utilizzabile fin da subito”.
Prendo le schede da compilare, informo la mia compagna di viaggio, riempio gli spazi minuscoli di minuscole lettere in maiuscolo e torno il pomeriggio.

E qui comincia il Fottiti Stronzo più grande di tutti.
Mi accoglie un giovin signore dall’aria già antipatica. Quando apre bocca, l’aria è diventata un tornado. È un ciclone di antipatia e, come tale s’infuria.
Aplombe, respiro, un due tre prova.

“Mi scusi vorrei prenotare due posti per il notturno Mestre-Vienna del 28 dicembre, seconda classe. Stamattina mi è stato detto che ci sono posti liberi per l’offerta Card price…”.
Non mi lascia finire la frase “Hai più o meno di 26 anni?”
“Più”
“Allora niente”
“Come niente, mi scusi, ma stamattina una sua collega mi ha detto che…”
“Se hai più di 26 anni non posso farti nessuno sconto e la Cartaviaggio non vale niente”
“Ma ci sono diversi tipi di Cartaviaggio, quella che volevo fare io non ha niente a che vedere con l’età”
“Guardi, per i treni internazionali non c’è nessuno sconto, quella carta non vale nulla”
“Mi scusi, ma on line c’è scritto che…”.
Bloccata di nuovo: “Non so se mi ha capito, ma se le ho chiesto l’età fin dall’inizio c’è un motivo, no?”.
Faccia mia non muovere un muscolo, non parlare con le sopracciglia o con gli occhi o con i muscoli delle guance.
Aplombe, respiro, un due tre, riprovo: “Allora questa carta (e qui mostro il depliant cartaceo) non vale per gli internazionali?”
“Non si fida di me?”
“No, non è che non mi fido di lei, solo che visto che una sua collega e l’on line mi dicono l’esatto opposto di quello che lei mi sta dicendo volevo essere sicura di avere capito bene”
“Evidentemente ha sbagliato a capire” (pure stupida sono, tra le altre cose. Bene bene). “Ok, allora…”
“Guardi le chiamo un superiore così parla con lui”… veramente io non volevo arrivare a tanto. Ho cercato di mantenere la comunicazione su toni civili, che sono stati brutalmente assassinati dalla spirale di vocalizzi sempre più alta del mio interlocutore.
“Guardi, se me lo dice lei, mi fido, non serve che…”
“No, lei non si fida, adesso le chiamo un mio superiore così se le diciamo in due certe cose almeno si potrà convincere che ha sbagliato lei”. Aiuto, ma che succede? Dopo un tot di clienti rompiscatole, uno deve espiare per tutti? Che devo fare? Malaussène vieni in mio aiuto… Magari abbraccio il tipo e mi inginocchio ai suoi piedi per tergergli le scarpe con le mie lacrime? Così mi faccio pure una figura biblica.

E così aspetto un 5 minuti, fino a che il tizio non si sgola a chiamare la collega superiore.
La quale mi s’avvicina, ascolta la mia gentile richiesta, prende un quaderno ad anelli, lo sfoglia ed esordisce “Certo che puoi prenotare il treno con la Cartaviaggio, basta che siano ancora disponibili i posti in offerta”.

Alzo lo sguardo al giovin signore e nella mia testa riecheggia un
FOTTITI STRONZO, FOTTITI STRONZO, FOTTITI STRONZO, FOTTITI STRONZO, FOTTITI STRONZO


Forse me l’avrà letto attraverso le pupille degli occhi, se è vero che gli occhi sono lo specchio dell’anima.
Si scusa in continuazione nei seguenti 10 minuti che ci impiega a prenotarmi due posti e a stamparmi i biglietti. Ma non è neanche che si scusi, perché ogni tanto lancia le sue chicche
“Io non sono mica sicuro, sa?”
Fottiti Stronzo, fammi questi biglietti che me ne vo’.
“Perché, sa, mi scusi, per fortuna l’ho fatta parlare con un mio superiore e non l’ho mandata via”
Fottiti Stronzo, tu mi volevi far parlare con un superiore per farmi fare una figura di merda colossale.
E tra un interiezione e l’altra io zitta, e lui sempre più incazzoso e sbuffante.
Ti rode ah? Fottiti stronzo.
E cosa c’è di peggio, per uno così, che sentirsi compatito? E io ho tanto buon cuore, purtroppo per lui… “Non si preoccupi, ho visto che avete tante offerte, mica potete ricordarvele tutte”
Mi fulmina “No, non è questo. Ho sbagliato, ma non sono mica convinto di questa cosa qua”
Mi stampa un biglietto e poi comincia a fare casino con il computer. Deve ricorrere alla collega per prenotarmi il secondo. Mi porge i due biglietti e mi chiede ancora scusa.
Infilo il coltello nella ferita, più a fondo “Non si preoccupi” e ancora un po’ di più “non deve scusarsi di niente”. L’avessi insultato ne sarebbe stato più felice. Almeno poteva rispondere nell’unico modo in cui è capace: da bestia.

Esco dalla stazione con un bastimento carico di…. carico di… carico di… Chi lo indovina?*

Spero solo che il "Fottiti Stronzo" non sia bidirezionale.
I biglietti andata e ritorno in stile Vern Tessio non sono bene accetti come regalo di Natale.



* Soluzione del giochino: il bastimento è carico di… “Fottiti Stronzo”.

10 novembre 2006

Mailing... goodbyes

Pomeriggio.
Computer acceso.
Mi connetto.
Digito l’Url. Immetto username e password per ben due volte.
Posta in arrivo (1) :)))

Le coincidenze mi commuovono sempre. Soprattutto se rientrano nella categoria “è da qualche giorno che ti penso e tu mi scrivi”.
Era da settembre che non sentivo J.
Mi manca un sacco.
Mi mancano le chiacchierate anche se non ci vedevamo spesso.
Mi manca il suo essere così in gamba.
Mi manca il suo accento scozzese.
Ed eccola con una mail, un “keep in touch”.

L’ultima volta che ci siamo viste era per il trasloco prima di lasciare definitivamente la città: sembrava di essere a una specie di mercatino. Il suo appartamento si era trasformato in una specie di angolo dei ricordi da cui portare a casa qualcosa che negli scatoloni per il Messico non ci sarebbe stata. Era anche portarsi un piccolo pezzettino di lei, una maglietta, un libro in inglese, un ultimo bicchiere di vino assieme.
La volta prima era stata una serata strana, di parole e qualche confidenza, di un aperitivo e qualche birra sedute fuori al bar Stella in una serata di caldo tropicale. Era un parlare dei propri sogni e di un po’ di paura per un futuro incerto.

In questi mesi sono tante le persone che se ne sono andate. Troppe quelle che mi fanno ancora venire le lacrime agli occhi quando ci penso. Lasci la tua città e ti ricrei una vita che dura cinque, sei anni. Poi ti ritrovi punto e a capo perché ognuno prende la sua direzione. Ed è vero che rimani in contatto, che ci sono quegli amici che non senti per mesi ma poi quando li rivedi è come se fosse passata una sola giornata. Solo che a volte, pur sapendolo, non ti basta. Ci sono momenti in cui vorresti averli vicino fisicamente. Prendere il telefono e dire “Sai cosa mi è successo?” o più semplicemente “Aperitivo?”. Ma se tra voi c’è il mare o un oceano o un sacco di km, ecco, questo non si può più fare.

E poi ti ritrovi ad aprire la tua casella di posta e a commuoverti per una mail in inglese, che ti ricorda un’amicizia nata per caso al lavoro e che credi durerà per sempre. Un’amicizia in cui tu sei semplicemente tu. E vai bene così.
Un’amicizia che ti aiuta a vedere prospettive diverse e che ti fa credere che puoi migliorare. E viaggiare. E continuare a crescere ancora.

08 novembre 2006

30 ottobre 2006

Da una Serata di chiacchiere

Il nostro più grande errore è quello di credere che il mondo ci capisca, così come noi proviamo a capire lui. Con la stessa intensità, con lo stesso impegno, con la stessa umanità.

Ed è così difficile trovare qualcuno così vicino all’assenza di giudizio che talvolta ci sentiamo sbagliati e diversi. Ma forse siamo solo un po’ più originali o un po’ più confusi o un po’ più stanchi e frustrati. E non riusciamo a vedere questo “un po’” perché gli altri con le loro etichette ci preparano una gabbia.

Quelli che riescono a non aggiungere una sbarra e, invece di guardarci con lo sguardo di chi crede di essere normale e giusto, aprono la porta della gabbia per sedersi accanto a noi, sono pochi.

A questi pochi, grazie.

18 ottobre 2006

Pennellate di lungomare

Non sono nata in una città di mare, ma a lui appartiene una parte di me.

E al mare mi sono rivolta l'altra sera, come milioni di altre sere da quando mi trovo qui.

Camminavo su quel pezzo di lungomare che, a vederlo, fa sorridere uno che al mare vero – quelloconlasabbiaeimoli- c’è abituato. Camminavo lì, a due metri dallo stradone trafficato e, improvvisamente…

Ogni piastrella, un ricordo…
Il porticciolo, una nuotata di notte…
Uno scoglio, una serata di chiacchiere e vino avvolti negli asciugamani…
La spiaggetta di sassi, un pomeriggio estivo di sole…
I lampioni, le mete di una corsa dopo lo studio…

Piede destro, piede sinistro. E poi ancora piede destro e un’altra volta sinistro. Ad ogni nuovo passo si scriveva una frase nella mia testa, ogni parola si collegava miracolosamente con la seguente senza stridere, e tutto quello che vedevo si trasformava in una sorta di poesia. Le note che il lettore cd mi sparava nelle orecchie sembravano seguire qualche strano magnetismo dell’etere, perché si accordavano perfettamente a quello che vedevo, che sentivo, che pensavo. Colonne sonore, azzeccate come quelle che partono nei film…

In questa città, dove i palazzi un po’ grigi a volte mi tolgono il respiro, il mare riesce sempre a regalarmi una pennellata di libertà. E, a volte, mi piacerebbe dipingerlo con la sua stessa anima, con quell’azzurro che riesce a cullarmi dentro senza toccarmi. Perché lui è vivo e respira.
I quadri di Plasson sono come le tele che il mare dipinge nei miei pensieri, dipinti con la sua essenza più vera e ciononostante ostinatamente bianchi. Non vuoti, solo bianchi. E il bianco è l’unione di tutti i colori, un unione che nasconde ciò di cui si compone. Superficie e profondità.

27 settembre 2006

Se una notte d'autunno un calendario...

Giorni difficili.
Giorni pieni di domande.
Giorni in cui ti sembra di non avere futuro.
Giorni in cui scopri che la vita non è democratica.
Giorni in cui la testa ti si riempie di pensieri.
Giorni in cui vorresti non essere tu.
Giorni di sole, ma solo fuori di te.
Giorni che dire “di merda” ancora non rende l’idea.
Giorni di perdite e vuoti lasciati da chi non tornerà. O tornerà, ma solo e ancora una volta per passare.
Giorni in cui anche ricordare la chiave di casa sembra uno sforzo cognitivo immenso.
Giorni che la musica che ti spari nelle orecchie riesce solo a farti piangere.
Giorni di sogni ad occhi aperti spezzati. E di sogni di notte che dicono solo bugie.
Giorni in cui non sai se quello che hai dimostrato è arrivato come un messaggio giusto. E ti chiedi se valeva la pena esternarlo.
Giorni in cui vorresti essere un leone per sbranare questa vita e, per una volta, ottenere quello che desideri.
Giorni in cui non ti puoi guardare allo specchio perché i tuoi occhi riflettono quello che hai dentro.
Giorni di solitudine che non vorresti vivere più, ma che temi saranno sempre parte di te.
Giorni in cui avvolgi di luce gli altri, ma tu ti siedi sotto la tavola, al buio, con le gambe al petto. E aspetti che la mano di qualcuno ti venga a tirare fuori.
Giorni di decisioni difficili ma necessarie.
Giorni in cui hai paura di aver vissuto troppo tempo sola con te stessa.
Giorni che, anche se t’impegni, non riesci a cacciare via.
Giorni in cui ti chiedi se, in te, c’è qualcosa di normale.
Giorni in cui vorresti qualcuno vicino. Solo e semplicemente vicino. Alla tua anima.
Giorni in cui un abbraccio può farti sciogliere.
Giorni in cui vorresti che qualcuno ti prendesse per mano e ti guidasse al traguardo, perché tu non riesci nemmeno a vederlo.
Giorni in cui vorresti solo lasciarti andare.
Giorni in cui le parole non hanno più senso. E senti di non avere un senso nemmeno tu.
Giorni che speri passino.
Giorni che speri finiscano in un miracolo. Per salvare quello che di te ancora rimane, prima che tu lo distrugga da sola.

07 agosto 2006

Casinò

Mi chiedo se riuscirò mai a pensare che le cose possano andare bene. E a spingerle nella giusta direzione. Invece di fermarmi a pensare a quale catastrofe mi aspetta dietro l’angolo ad ogni nuova scelta che faccio.

Mi chiedo anche se riuscirò a trasformare le mie paure in scommesse da vincere sorridendo. O da perdere, sapendo che almeno il mio tempo non è stato inutile. Il rischio corso mi ha solo aperto una porta vicina di cui ignoravo l’esistenza.

Mi chiedo se saprò superarmi. Se ogni volta che vedrò una montagna davanti riuscirò a raccogliere il mio coraggio e trasformarla in un cumulo di sassi, senza continuare a cozzarle contro e venire respinta.

Le nostre scelte sono come quelle di chiunque altro: scommesse con il futuro. Puoi vincere o puoi perdere, ma alla fine la sfida è solo con te stesso. E ci porta sempre da qualche parte. La vittoria può non essere sempre la strada migliore.

“Giochi, vinci. Giochi, perdi. Giochi” (Jeanette Winterson, Passione)

E non puoi far altro per sentirti vivo.
E adesso non voglio far altro che sentirmi viva. Aspettando che esca il 15. Rosso.

03 agosto 2006

Epifanie estive


Dunque, sono:
a. un’anarchica,
b. con un’età mentale di 5 anni,
c. capace di bassezze,
d. furba,
e. fredda,
f. proveniente dal nord Italia.

Quasi quasi il mio ego si sente lusingato. Nessuno aveva mai usato tanti aggettivi per descrivermi.
E pensare che sono bastati 10 minuti di insulti da parte della mia coinquilina “Antichità”.

Ho ancora un sorriso mezzo ebete in faccia. Paresi? O segni di instabilità mentale? In ogni caso ho la strada spianata per il mio futuro. Da killer.

19 luglio 2006

Io vivo con una cretina. Fossile (II)

Credo di aver fatto un errore di valutazione, che necessita di repentina rettifica.
IO VIVO CON UNA CRETINA. Sempre più radicata nelle sue manie, dunque fossile.

Che è infastidita dai barattoli di bagnoschiuma dimenticati su due angoli della vasca. Perché, udite udite, non sa dove posare i suoi… Quando gentilmente le faccio notare che in una vasca da bagno esistono 4 angoli, mi guarda come se dal nulla ne avessi fatti spuntare due nuovi e ha il coraggio di replicare che quei due sono scomodi…
Ma i 4 angoli della vasca non sono uguali?

E per dirmelo viene a bussarmi in camera mentre sto studiando.
Eh, si sa, nella vita ci sono delle priorità.

Credo che da domani la porta della mia camera sarà marcata da una colta citazione degna dell’inferno

“Per me si va nella città dolente
Per me si va nell'eterno dolore
Per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio Alto Fattore
Fecemi la Divina Potestate
La somma sapienza, il primo amore
Dinnanzi a me non fuor cose create
Se non etterne
E io etterna duro.
Lasciate ogni speranza, o voi ch'intrate”.

E non bussate se sparate cagate.

16 luglio 2006

Io vivo con un fossile... (I)

Che mette due asciugamanini nella lavatrice e fa prelavaggio, lavaggio, scarico e centrifuga.

Che quando è in casa (quindi la maggior parte del suo tempo) occupa sempre il bagno per periodi di tempo talmente prolungati che se ti scappa è meglio se esci, ti accucci dietro un muro e liberi il tuo intestino.

Che lavora meno di me e prende più soldi, ma a fine mese ancora non le bastano.

Che pur sapendo questo, riesce a uscire una mattina e sputtanare tipo 240 euro in saldi per regalarsi una serie di vestiti e scarpe che andranno ad ingrossare le fila dei suoi due armadi.

Che pur non dovendo alzarsi la mattina presto riesce ad entrare in bagno proprio quando tu e l’altra tua inquilina dovete lavarvi i denti per andare a lavorare/studiare. E non fa una stracazzo di piega.

Che fa un sacco di storie per pagare 10 euro in più di bolletta perché lei non c’è stata per 20 giorni e non intende pagare i nostri consumi. Anche se sono per la maggior parte costi fissi.

Che non sa parlare senza accusare e offendere.

Che sostiene di non sentire nulla la notte, ma si lamenta con la confinante di camera se respira.

Che non potrebbe mai vivere al Colosseo: troppe porte e finestre aperte. Infatti dorme con 40 gradi ermeticamente chiusa nella sua camera-bunker.

Che se ha qualcosa da dire becca sempre me. O è la sfiga o è il grande privilegio concesso alle anime che andranno in Paradiso nella prossima vita.

Che si lamenta della porta che fa rumore. E della puzza che i nostri cibi che si cucinano gettano sui suoi due asciugamanini stesi. Lei quando frigge però profuma le nostre lenzuola di oliva pura al 100%.

Che beve yogurt per diminuire il colesterolo e mangia integrale e Misura come carboidrati, ma si ciuccia un Cordon Blue fritto nell’olio più o meno ogni sera.

Che ha occupato qualsiasi armadietto disponibile e ha riempito la dispensa con tanto di quel cibo da sfamare un esercito, ma rimane in casa con noi solo i primi giorni della settimana.

Che dice di avere una 42, subito dopo ti mostra un costume taglia 44 e ti dice seria seria: “Li ho presi in saldo, io ho una 44 ma ci sono anche taglie più grandi” (n.d.a. è anche la mia taglia, quella).

E quando ti trova in cucina, ti squadra da capo a piedi e dopo averti detto che sei proprio dimagrita, aggiunge davanti al chilo di pasta che sta cucinando “eh sì, perché vedi anch’io mi sono asciugata qui”, indicando la zona pancia.

La conclusione principale non può che essere la seguente: i fossili (che molto le somigliano sia per la durezza che per l’età biologica) non possono pensare, perché sono minerali e al massimo massimo, anche avessero un neurone ormai sarebbe di pietra. Quindi niuna speranza.

Ma a questo punto la domanda nasce spontanea: che ci fa una così in un appartamento di studenti-lavoratori che hanno un’età mentale un po’ più evoluta del giurassico?

11 luglio 2006

Grazie Azzurri

Ieri ero riuscita a perdermi un’uscita storica della Gazzetta.

Lo so, lo so che dovrei cominciare il post con qualcosa di esaltante tipo “Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta”, ma l'ho già usato per la mail a un amico tedesco…

Dunque, persa l’uscita dopo aver distrutto i miei nervi (già provati in questo periodo) ai rigori, dopo aver stritolato la mano di chi mi stava vicino dalla tensione, e con i polpacci agonizzanti causa punta di piedi per riuscire a vedere almeno metà campo da gioco sul maxi schermo.
Ma per gli azzurri questo e altro.

Per fortuna il foglio rosa ha deciso di ristamparsi… appena letta la notizia on line sono andata a implorare l’edicolante sotto casa. Finale? Ho il mitico paginone “TUTTO VERO. CAMPIONI DEL MONDO”.

Perché tutto questo sbattimento??? È un giornale alla fine, traguardo storico sì, ma pur sempre un misero insieme di pagine di bassa qualità.
Beh, per me questo “campioni del mondo” significa molto di più. Non festeggio solo per loro, ma per quello che mi hanno dimostrato.
Avevo davvero bisogno di una vittoria simbolica. Adesso.

GRAZIE AZZURRI :)

P.S. Però mi continuo a chiedere perché non hanno fatto anche per lo sputo di Totti un giochino on line come quello per Zidane… (per chi fosse interessato http://www.bastardidentro.it/node/view/18910)

16 giugno 2006

Special K in Lubjana


Ma dov’ero io nel 1996?
E nel 1998?
E nel 2000?

Perchè nessuno mi ha svegliato prima?!?

P.S. Grazie, grazie e grazie ancora S. :)))

You've killed the freshman…

… ora che è cresciuta, lasciatela in pace. Non c’ha proprio voglia di rifarsi 3 anni di auto-analisi per uscire dall’implosione in cui era finita al liceo…

Ora che le vostre parole non bruciano più, la vostra puzza sotto il naso potete tenervela. E vi dico un segreto: arricciare il naso non vi donava affatto. Se vi foste sciacquati col collutorio la bocca per ogni “stronzata” che sparavate, il vostro alito non avrebbe infastidito le vostre narici viziate.
Cinque anni con voi, cinque anni di ragionamenti da demenza incipiente, cinque anni di cattiverie. Mi sono fatta il buco all’orecchio, ma se mi facevo bucare il timpano sarebbe stato meglio: niente più discorsi da snob del c***o che si credono “the best” solo perché abitano in centro e si vestono con le Prada e i soldi del papà.
Ottusi come un triangolo, quelli che creavate tra di voi con i vostri incubi da mille e una botta.

Credevo fosse finita, invece stasera un messaggio a risvegliare la me che si sentiva inadeguata. E che ora è completamente senza parole per voi. Senza vocali a riempire i buchi vuoti dei vostri aperitivi o delle vostre cene. Una rimpatriata? Affluenza già alta, non puoi mancare? Dopo sei anni la mia intenzione è esattamente quella di lasciare una sedia vuota. Quello che rappresenta voi nei miei ricordi. Cancellati dal posto dove sedevate dal nulla che mi avete trasmesso.

P.S. Le dovute eccezioni in questo post non sono contemplate. Ma ci sono e lo sanno senza bisogno di nomi.

04 giugno 2006

Sincerità

Credo di essere innamorata. Ma non so di chi o di cosa.

Credo che una grande amicizia sia a uno stop. Strade diverse.

Credo che senza i miei genitori cadrei. Radici e ali.

Credo che alcune persone preziose mi abbiano trovato. Grazie.

Credo di voler vedere la fine della tesi. Speranza.

Credo di non essere buona come mi dipingono. Rabbia.

Credo che lui ormai sia radicato nella mia mente e nel mio cuore. Manie.

Credo di voler essere creativa. Insicurezza.

Credo nell’anima nera dell’inchiostro e nel candore della carta. Parole che non scrivo.

Credo di essere una delusione. Mia.

Credo nella tristezza. È negli occhi delle persone a cui voglio bene.

Credo nei sorrisi del mio nipotino. Vita.

Credo nella diversità. C’è chi me l’ha fatta apprezzare.

Credo esista un Dio. Miope.

03 giugno 2006

Colpi di… Genio? (II) - monotoni e ripetitivi


PLIN PLON. COMUNICAZIONE IMPORTANTE

Ma la vogliamo smettere???

Per il concept ci vogliono CONCETTI.
C O N C E T T I.


No immagini
No righe
No oggetti
No stili
No formati
No tecnica
No cose UFO

Ma CONCETTI.


E quando cerco di spiegarglielo, per piacere, non mi ripeta esattamente ciò che le dico quando la rivedo 10 minuti dopo in un’altra stanza.

Grazie

PLIN PLON

30 aprile 2006

SI o NO?

Sfortunatamente questo non è un quiz. Non è una di quelle liste rock o lento. Non è il giochino stupido che si faceva alle medie e che contemplava anche il FORSE come risposta. Adesso è più difficile perché alla fine non hai un numero che ti dà la soluzione.

Continuare a dare il 100% alle persone che ti hanno ferito, ma non se ne sono accorte?
SI o NO

Scrivere messaggi a persone che per te contano qualcosa per ricevere risposte lapidarie e incolori?
SI o NO

Illudersi ancora che qualcuno sia veramente come non è?
SI o NO

Buttare nel cestino i ripetuti e inutili tentativi della tesi e darci un taglio definitivo?
SI o NO

Smetterla di metterci così tanto anima e corpo in quello che si fa?
SI o NO

Spegnere il cervello e gettare l’alimentatore?
SI o NO

Accettare di sentire solo parole sconnesse, non vedere più sorrisi e non essere più riconosciuta da una persona a cui si vuole molto bene?
SI o NO

Purtroppo a volte la linea di demarcazione non è proprio così netta… e i Si o NO non bastano a dare una risposta alla vita…

SI o NO?

10 aprile 2006

Colpi di… Genio? (I)

Venerdì mattina. Riunione di staff. Tutti a rapporto. Penna e taccuino. Cervelli bene aperti. Comincia la lezione settimanale del nostro personal genius.

Dunque, Ci illumini, pendiamo tutti dalle Sue labbra.

Colpo di genio numero 1:
“Dobbiamo partire da un concept, scegliere cioè un certo formato, un certo stile. Come per l’ultimo lavoro svolto.”

Dev’essermi sfuggita qualche connessione. Non è che può esplicitare a noi, poveri incapaci, il percorso dei suoi neuroni per arrivare a questa perla di saggezza?

Mi scusi se mi permetto, ma desidererei chiarire un paio di cosette tra noi, eh.

1. Lieta di venire a conoscenza che ogni tanto apprende qualche parola dal vocabolario del settore, La invito caldamente ad accertarsi della corrispondenza tra termine scritto in neretto e definizione. Caso mai sbagliasse riga, sa…

2. Mi spiace terribilmente per il suo ego, ma non può far passare il concept come un’idea sua: devo infatti comunicarle che fu scoperto anni fa. Comunque non si scoraggi, se persevera nel suo comportamento un brevetto riuscirà a portarlo a casa pure lei. È ancora aperta la gara per la cafonaggine.

3. Come elemento partecipe all’ultimo lavoro svolto, volevo solo farLe presente che formato, grafica, stile sono arrivati dopo un’idea di base forte a cui tutti hanno dato il loro contributo e un po’ di sana progettazione. Il concept, per l’appunto.

Un’ultima domanda ancora: un’altra ventina d’anni saranno sufficienti per la Sua prossima rivoluzionaria illuminazione?